Alessandra Favazzo intervista Giorgio Ricci Maccarini, Presidente del Cluster BIG, per Almanacco Equilibri Magazine, 2026

L’economia del mare, o blue economy, rappresenta per l’Italia un settore strategico. Non solo per la nostra posizione geografica e per la morfologia della nostra Penisola, ma anche per le sue potenzialità di crescita industriale, creazione di posti di lavoro e sviluppo di una leadership politica ed economica nel Mediterraneo. Per esprimere pienamente il suo potenziale, questo comparto necessita di tecnologie dedicate, collaborazione tra istituzioni e imprese, sostegno del mondo accademico e della ricerca, oltre che di strategie di lungo periodo condivise tra diversi Paesi. In fondo, il concetto stesso di confine, in mare, è solo un limite alla crescita.
Per rafforzare il dialogo tra il lato tecnologico ed il lato imprenditoriale della blue economy italiana, nel 2017 è nato a Napoli il Cluster BIG – Cluster Tecnologico Nazionale dell’Economia del Mare.
Il Presidente Ing. Giorgio Ricci Maccarini ne parla con Alessandra Favazzo, giornalista della rivista ALMANACCO EQUILIBRI MAGAZINE.
Presidente, sul concetto di “blue economy” c’è ancora molta confusione: a quali comparti ci riferiamo con questa espressione?
Il concetto di blue economy è ampio e spesso interpretato in modi diversi. Si tratta infatti di un settore vasto e trasversale, che integra filiere industriali, competenze diversificate e un principio guida comune: la sostenibilità, come definito dall’Unione Europea. Tra i comparti principali troviamo lo shipping, cioè il trasporto di merci e passeggeri, oggi impegnato nella riduzione delle emissioni e nella gestione di nuovi scenari geopolitici e ambientali. A esso si affianca l’intermodalità, con porti italiani che stanno diventando hub sempre più smart e sostenibili, e la cantieristica navale, settore chiave europeo ma in forte competizione con la manifattura cinese, tecnologicamente avanzata e più economica. Un ambito meno noto ma in rapida crescita è quello delle biotecnologie blu, che spazia dall’alimentare alla farmaceutica, dalla nutraceutica alla cosmetica, fino alla desalinizzazione e al riuso delle acque delle acque depurate.
Non può mancare il turismo marino e costiero, che abbraccia anche la nautica da diporto, la pesca sportiva e le attività subacquee, sempre più orientato alla sostenibilità ed alla salvaguardi degli ecosistemi marini: a tal proposito il Cluster BIG ha partecipato ad un progetto europeo incentrato su questo tema, recentemente concluso. C’è poi l’universo dell’energia e delle infrastrutture marine: cavi sottomarini, pipeline per gas (e, in futuro, idrogeno), piattaforme di estrazione e soluzioni per l’eolico offshore, settore su cui si stanno concentrando importanti investimenti, soprattutto nel Mezzogiorno. Infine, la pesca e l’acquacoltura, oggi in evoluzione a causa dei cambiamenti climatici che alterano la biodiversità marina e richiedono una cooperazione sempre più stretta tra i Paesi del Mediterraneo. In questo contesto, il Cluster studia anche gli effetti della plastica sulla catena alimentare e le filiere che portano i prodotti ittici dal mare al mercato.
A livello economico quanto vale la blue economy?
Quantificare la blue economy non è semplice, ma i dati del Centro Studi delle Camere di Commercio Guglielmo Tagliacarne parlano chiaro: il mare contribuisce a circa l’11% del PIL italiano, dà lavoro a quasi un milione di persone e coinvolge 230.000 imprese, per il 95% piccole e medie. Per questo motivo, e per la crescita che lo sta interessando di recente, possiamo affermare che si tratta di un comparto economico di importanza strategica per il nostro Paese.
Insomma, una fetta importante della nostra economia. E qui entra in gioco il Cluster BIG. Come è nato? Chi sono attualmente i soci?
Il Cluster BIG nasce nel 2017 su iniziativa del Ministero dell’Università e della Ricerca, coerentemente con le priorità delineate nel Programma dell’Unione Europea per la ricerca e l’innovazione Horizon 2020, che invitava gli Stati membri a creare “aggregatori verticali, i cluster, appunto, capaci di mettere in rete enti pubblici, imprese e centri di ricerca. Oggi il Cluster conta circa 90 soci, formando una rete nella quale sono equamente rappresentati università e centri di ricerca, imprese, (tra cui Eni, Fincantieri, Saipem, Terna e numerose PMI), associazioni di categoria e cluster regionali. Analoghi cluster dedicati alla blue economy esistono in tutti i Paesi UE, connessi tra loro in una vera e propria rete europea dell’innovazione in ambito blue.
Qual è la vostra mission e come opera il Cluster BIG?
La missione del Cluster BIG è trasformare la ricerca in innovazione industriale, promuovendo la collaborazione tra università, imprese e istituzioni per creare nuove filiere produttive e accrescere il PIL nazionale. L’obiettivo è far maturare le tecnologie dal livello di sviluppo intermedio (Technology Readiness Level 4-5) fino alla loro immissione sul mercato.
Dal punto di vista organizzativo, l’associazione è articolata in tre organismi principali: il Consiglio Direttivo, organo di gestione; il Comitato Tecnico-Scientifico, che definisce le traiettorie tecnologiche, che attualmente sono nove: Ambiente marino e fascia costiera; Biotecnologie blu; Energie rinnovabili dal mare; Risorse abiotiche marine; Risorse biotiche marine; Cantieristica e robotica marina; Skills & Jobs; Infrastrutture di ricerca; Sostenibilità e usi economici del mare; Comitato di indirizzo territoriale, una sorta di “tavolo delle Regioni”, che individua le priorità territoriali e i bisogni locali nell’ambito della blue economy e quelle dei vari distretti del mare. Attualmente molte Regioni – penso a Campania, Emilia-Romagna, Lazio o Friuli Venezia Giulia – si stanno muovendo bene nell’ambito della creazione di ecosistemi e sviluppo delle start-up, collegamenti con le università e incubatori di imprese. All’interno di questi “tavoli” vengono elaborate delle linee guida, che poi assumono una forma operativa a livello di Consiglio direttivo con il Piano di Azione.
Il Piano di Azione: di che cosa si tratta?
Dal lavoro sinergico e congiunto degli organi di governo del Cluster– in particolare del Comitato Tecnico Scientifico – e della base associativa tutta, nasce il Piano d’Azione. Come suggerisce il suo stesso nome, il Piano d’Azione è un schema triennale (come triennale è il rinnovo degli organi sociali e della dirigenza) che delinea la strategia attraverso cui intendiamo raggiungere i nostri obiettivi, ovvero attivare ecosistemi e rimuovere gli ostacoli all’innovazione, facilitare la creazione di cordate e il collegamento tra i peer, elemento fondamentale per accedere ai bandi europei, favorire il matching tra domanda e offerta di tecnologia e la comunicazione tra mondo universitario e imprenditoriale, al fine di intercettare i finanziamenti europei. Il piano prevede degli aggiornamenti annuali e KPI per la valutazione delle performance. Si tratta di uno strumento utilizzato anche livello di advocacy: il Cluster infatti sostiene i policy maker nazionali per quanto concerne le politiche del mare. Abbiamo supportato anche l’attuale governo, che ha riportato il tema del mare al centro della sua azione politica, nell’aggiornamento del Piano del Mare, lo strumento di programmazione strategica nazionale che orienta, in modo unitario e coordinato, tutte le politiche del mare. Possiamo supportare per quanto riguarda l’innovazione tecnologica, anche organismi di controllo, come per esempio la costituenda Autorità per la regolamentazione delle attività underwater.
Il Cluster BIG è attivo non solo a livello nazionale, ma ha un campo di azione più esteso…
Portiamo avanti un’intensa attività di internazionalizzazione tramite la partecipazione ad alcune iniziative, in particolare progetti europei focalizzati sul bacino del Mediterraneo, nostro naturale campo d’azione. Il Cluster BIG ha una rete internazionale di partner, tra cui i Paesi europei della sponda Sud del Mediterraneo, come Portogallo, Spagna, Grecia, ma anche Tunisia, Algeria, Mauritania. Di recente è stato firmato anche un Memorandum of Understanding con la Libia, con l’obiettivo di promuovere in quel Paese sostenibilità, digitalizzazione e innovazione nella blue economy. Il Cluster è inoltre protagonista all’interno della WestMed Initiative, promossa dall’UE per lo sviluppo dell’economia blu nel Mediterraneo occidentale. L’ultima sezione del Piano d’Azione recentemente approvato è proprio dedicata al al ruolo che l’Italia può giocare nello sviluppo futuro della blue economy in Europa e nel Mediterraneo.
E quali sono i temi chiave su cui state lavorando?
Tra le priorità dell’attuale Piano d’Azione c’è sicuramente il tema del tech transfer, mettere a disposizione dei soci strumenti affinché riescano ad attivare il mercato dell’innovazione, fatto di un need tecnologico che viene dal business e di una risposta che magari già esiste a livello di ricerca universitaria, ma che può, anzi deve, diventare una risposta operativa.
Un altro nuovo filone, tutto ancora da scrivere, è proprio quello dell’underwater, che comprende tutte quelle attività tecnologiche, scientifiche, industriali e turistiche legate all’ambiente subacqueo. In quest’ambito è da poco operativo un nuovo attore pubblico, il Polo nazionale della dimensione subacquea che, in quanto emanazione della Marina militare, ha una funzione di difesa ma che ha come obiettivo l’innovazione e la valorizzazione delle risorse subacquee. Stiamo parlando di spazi estremi nei quali la presenza delle attività umane è condizionata allo sviluppo nuove tecnologie che possano operare efficacemente a diverse profondità. Ci sono gap tecnologici ancora da colmare. Per esempio, le aziende stanno chiedendo alla ricerca di sviluppare soluzioni per la sensoristica e la trasmissione di dati sottomarini, e tale richiesta incontra i temi dell’innovazione digitale e della comunicazione sottomarina, tutta da costruire.
Un altro tema chiave è quello dell’utilizzo multifunzionale degli spazi marini, con un’attenzione crescente alle energie rinnovabili offshore: su questo filone è appena partito il progetto I3FLOAT- Interregional Innovation Investments in Floating Offshore Wind, in cui siamo partner, co-finanziato dall’Unione Europea attraverso il programma I3, volto a rafforzare e scalare la catena del valore europea dell’eolico offshore galleggiante. Altri progetti sui quali stiamo lavorando o che abbiamo recentemente sottoposto a valutazione sono focalizzati sulla formazione, sulla disseminazione di buone pratiche e sull’implementazione di competenze in ambito blue economy.
Scopri di più e leggi l’intera rivista sul sito FEEM – Fondazione Eni Enrico Mattei – https://lnkd.in/dRSSVRzS






